Stirneriana
L’Unico
Di seguito alcune citazioni, ordinate come appaiono in origine, del testo de L’Unico e la sua proprietà. La “u” in maiuscolo è quasi sempre presente nel titolo italiano dell’opera per mettere in risalto il significato dato a questa parola, in origine un semplice aggettivo. A volte anche la “p” di proprietà viene scritta in maiuscolo, per lo stesso motivo. In tedesco, del resto, tutti i sostantivi hanno l’iniziale maiuscola, come nel titolo originale Der Einzige un sein Eigentum.
Userò l’edizione che ho letto io, le sottolineature e le note da me apposte: Adelphi Edizioni, Biblioteca Adelphi 91, 1979 dc, con un saggio di Roberto Calasso, fondatore e direttore editoriale della stessa casa editrice dal 1971 dc, per poi diventarne consigliere e presidente.
Correggerò alcuni di quelli che, a mio avviso, sono errori di punteggiatura.
Io ho fondato la mia causa su nulla
Che cosa non dev’essere mai la mia causa! Innanzitutto la buona causa, poi la causa di Dio, la causa dell’umanità, della verità, della libertà, della filantropia, della giustizia; inoltre la causa del mio popolo, del mio principe, della mia patria; infine, addirittura la causa dello spirito e mille altre cause ancora. Soltanto la mia causa non dev’essere mai la mia causa. “Che vergogna l’egoista che pensa soltanto a sé!”.
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E allora, sulla base di questi fulgidi esempi, non volete capire che è l’egoista ad avere sempre la meglio? Io, per conto mio, ne traggo un grande insegnamento e, piuttosto che continuare a servire disinteressatamente quei grandi egoisti, voglio essere l’egoista io stesso.
Dio e l’umanità hanno fondato la loro causa su nulla, su null’altro che sé stessi. Allo stesso modo io fondo allora la mia causa su me stesso, io che, al pari di Dio, sono il nulla di ogni altro, che sono il mio tutto, io che sono l’unico.
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Lungi da me perciò ogni causa che non sia interamente la mia causa! Voi pensate che la mia causa dovrebbe essere almeno la “buona causa”? Macché buono e cattivo! Io stesso sono la mia causa, e io non sono né buono né cattivo. L’una e l’altra cosa non hanno per me senso alcuno.
Il divino è la causa di Dio, l’umano la causa “dell’uomo”. La mia causa non è né il divino né l’umano, non è ciò che è vero, buono, giusto, libero, ecc., bensì solo ciò che è mio, e non è una causa generale, ma - unica, così come io stesso sono unico.
Non c’è nulla che m’importi più di me stesso!
Parte prima
L’uomo
Per l’uomo l’essere supremo è l’uomo, dice Feuerbach.
Soltanto adesso l’uomo è trovato, dice Bruno Bauer.
Bene, guardiamo un po’ più da vicino questo essere supremo e questo nuovo ritrovamento.
I
Una vita d’uomo
Dal momento in cui apre gli occhi alla luce, l’uomo, trovandosi buttato a caso tra tutte le altre cose del mondo, cerca di trovare sé stesso e di conquistare sé stesso emergendo dal loro groviglio.
Ma tutto ciò che il bambino tocca si ribella alla sua stretta e afferma la propria esistenza.
Perciò la lotta per l’autoaffermazione è inevitabile, perché ogni cosa tiene a sé stessa e nello stesso tempo si scontra continuamente con altre cose.
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Per molto tempo ci è risparmiata una lotta che più tardi ci farà trattenere il respiro: la lotta contro la ragione. L’infanzia più bella passa senza che siamo costretti a batterci con la ragione. Non ci preoccupiamo affatto di essa, non ci lasciamo invischiare, non accettiamo ragione alcuna. Con la persuasione non si ottiene niente da noi, che siamo sordi di fronte ai suoi buoni motivi, ai principi ecc.: invece resistiamo alle carezze, alle punizioni e simili.
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L’atteggiamento si è ribaltato completamente, il giovane assume un comportamento spirituale, mentre il fanciullo, non sentendosi ancora spirito, cresceva imparando meccanicamente. Il giovane cerca d’impadronirsi non delle cose, ma dei pensieri che si nascondono dietro le cose (così, per esempio, non tenta di ficcarsi in testa le date della storia, ma invece cerca lo spirito della storia): il fanciullo, invece, capisce sì i rapporti, ma non le idee, lo spirito, perciò accumula nozioni e nozioni, senza procedere a priori e teoreticamente, cioè senza ricercare le idee.
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Soltanto quando abbiamo imparato ad amarci nel proprio corpo e a godere di noi stessi, del nostro corpo e della nostra vita (ma questo può accadere solo nell’età matura, nell’uomo adulto), solo allora si ha un interesse personale o egoistico, cioè un interesse non solo, mettiamo, del nostro spirito, ma invece un interesse alla soddisfazione totale di tutta la persona, un interesse personale.
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Se io, come spirito, ho respinto lontano il mondo col più profondo disprezzo, io stesso, come individuo proprietario, respingo lontano gli spiriti o le idee nella loro “vanità”. Essi non hanno più potere su di me, così come nessuna “potenza terrena” ha potere sullo spirito.
Il bambino era realista, le cose di questo mondo lo imprigionavano finché a poco a poco non gli riuscì appunto di venire a capo di queste cose. Il giovane era idealista, i pensieri lo entusiasmavano, finché, lavorando su sé stesso, non divenne uomo adulto, ossia l’egoista che gioca a piacimento con le cose e con i pensieri e pone al di sopra di tutto il proprio interesse personale. Come sarà, infine, il vecchio? Se lo diventerò, ci sarà tempo di parlarne.
II
Uomini del tempo antico e del moderno
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Come si è sviluppato ciascuno di noi?…In breve, com’è diventato oggi ciò che ieri o anni fa non era?…Ma ciascuno di noi avverte in maniera particolarmente viva i cambiamenti che sono avvenuti in lui quando ha davanti agli occhi lo svolgersi di un’altra vita.
Osserviamo perciò in qual modo condussero la loro vita i nostri antenati.
I. Gli antichi
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Il cristiano non potrebbe mai convincersi della vanità della parola di Dio, ma crede invece che essa esprima una verità eterna e incrollabile e crede che l’unico effetto delle indagini più profonde sarà quello di far risplendere ancora di più la luce di quella verità trionfante.
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Proprio ciò a cui gli antichi attribuirono il massimo valore viene respinto dai cristiani come privo di valore e ciò che i primi riconobbero come la verità viene bollato dai secondi come vana menzogna: l’alto significato della patria si dissolve e il cristiano deve considerarsi uno “straniero sulla Terra”…
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Tanto a lungo i padri avevano subito il violento dominio dell’inamovibile ordine stabilito che i posteri ricavarono necessariamente qualche cosa da quelle amare esperienze: il sentimento di sé stessi. Così i sofisti, audaci fino all’impertinenza, pronunciarono parole che rinfrancavano gli animi, “Non ti lasciar confondere!” e diffusero una dottrina rischiaratrice, “Usa contro ogni cosa il tuo intelletto, la tua intelligenza, il tuo spirito, con un intelletto lucido ed esercitato si va per il mondo nel modo migliore, ci si prepara la sorte migliore e la vita più piacevole”.
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Perciò Socrate dice: dovete essere “puri di cuore”, se volete che la vostra intelligenza sia degna di venire ascoltata. Da qui ha inizio il secondo periodo della liberazione greca dello spirito, il periodo della purezza di cuore. Il primo periodo, infatti, finì con la proclamazione, da parte dei sofisti, dell’onnipotenza dell’intelletto. Ma il cuore rimase legato a questo mondo, rimase un servo del mondo, sempre affetto da desideri mondani.
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L’educazione sofistica ha fatto sì che l’intelletto non si arrestasse più davanti a nulla, quella scettica, che il cuore non fosse mosso più da nulla.
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Il cristiano ha interessi spirituali, perché si permette di essere un uomo spirituale, l’ebreo non capisce propriamente questi interessi nella loro purezza, perché non si permette di non attribuire nessun valore alle cose. Egli non giunge alla pura spiritualità, come quella espressa, campo religioso, per fare un esempio, dalla fede cristiana pura, che salva, cioè, senza le opere. La mancanza di spiritualità divide per sempre gli ebrei dai cristiani: l’uomo spirituale, infatti, è incomprensibile per quello privo di spirito e quest’ultimo, d’altro canto, è spregevole agli occhi del primo. Ma gli ebrei hanno soltanto lo “spirito di questo mondo”.
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Che cosa cercò dunque l’antichità? Il vero piacere della vita, il piacere della vita! E alla fine si arrivò alla “vera vita”.
Il poeta greco Simonide canta: “La salute è il bene più prezioso per i mortali, subito dopo viene la bellezza, terza è la ricchezza acquistata senza frode, quarto il godimento dei piaceri mondani in compagnia di giovani amici”. Tutti questi sono beni della vita, gioie della vita. Che cos’altro ricercò Diogene di Sinope se non il vero piacere della vita, che egli identificò nell’avere il minimo di bisogni? Così pure Aristippo, che lo trovò nell’animo sereno in ogni situazione. Essi cercano il eredo e sicuro coraggio di vivere, la serenità, essi cercano l’atteggiamento giusto per vivere bene nel mondo.
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La rottura con il mondo viene portata a compimento dagli scettici. Ogni mio rapporto con il mondo è “senza verità e senza valore”. Timone dice: "le sensazioni e i pensieri che ricaviamo dal mondo non contengono alcuna verità". “Che cos'è la verità!" esclama Pilato. Il mondo, secondo la dottrina di Pirrone, non è né buono né cattivo, né bello né brutto, eccetera, bensì questi sono predicati che io gli attribuisco. Timone dice: "in sé nessuna cosa e buona o cattiva, ma l'uomo la pensa in un modo o nell'altro”, di fronte al mondo non resta che l'atarassia (l'impassibilità) e l’afasia (l'ammutolimento - ossia, detto con altre parole, l'interiorità isolata).
II. I moderni
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Anche nel cristianesimo si può osservare un corso simile a quello che aveva preso l’antichità: fino all’epoca che preparò la Riforma, l’intelletto rimase prigioniero del dominio dei dogmi cristiani, ma nel secolo precedente alla Riforma si ribellò con argomenti degni dei sofisti e portò avanti un gioco eretico con tutti gli articoli di fede. Allora si diceva, specialmente in Italia e alla corte romana: purché il cuore resti orientato cristianamente, l'intelletto giochi pure e si diverta.
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Giunti così al punto più alto della cordialità disinteressata, dobbiamo finalmente renderci conto del fatto che lo spirito, cioè l'unica cosa che il cristiano ama, non è niente, ossia che lo spirito è una - menzogna.
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Di chi servirono, come abbiamo visto, ciò che è naturale e mondano, l'ordine naturale del mondo, ma essi si chiesero in interrottamente se non c'era modo di sottrarsi a questa schiavitù, e dopo essersi affaticati fino allo stremo delle forze in tentativi di ribellione sempre rinnovati, ecco che nacque loro, tra gli ultimi sospiri, il Dio, il "vincitore del mondo".
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Se gli antichi non hanno nient'altro di cui vantarsi se non della loro saggezza mondana, i moderni, dal canto loro, non sono andati ne andranno mai di là dalla sapienza divina. Vedremo più avanti che perfino le più moderne ribellioni contro Dio non sono altro che gli estremi sforzi della "sapienza divina", cioè insurrezioni teologiche.
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§ 1. Lo spirito
Il regno degli spiriti è immenso, lo spirituale è infinitamente grande: vediamo più da vicino, tuttavia, che cos’è propriamente lo spirito, quest’eredità degli antichi.
Lo spirito nacque dalle loro doglie, ma essi non seppero esprimersi alla maniera dello spirito: seppero partorirlo, ma parlare dovette da solo. Il “Dio partorito, il figlio dell’uomo” pronuncia per la prima volta la parola secondo cui lo spirito, cioè lui stesso, Dio, non ha niente a che fare con alcuna cosa terrena né con alcun rapporto terreno, ma esclusivamente con lo spirito e con i rapporti spirituali.
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Lo spirito è spirito libero, cioè realmente spirito, soltanto in un mondo suo proprio: in questo mondo, il mondo terreno, è uno straniero. Soltanto grazie a un mondo spirituale lo spirito è realmente spirito, perché “questo” mondo non lo comprende e non sa trattenere presso di sé “la fanciulla che viene da lontano”.
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Che cos’è allora lo spirito? È il creatore di un mondo spirituale! Anche in te e in me viene riconosciuto un elemento spirituale solo quando si vede che ci siamo appropriati di qualcosa di spirituale, cioè di pensieri che noi, anche se ci sono stati presentati da altri, abbiamo reso vivi in noi stessi: infatti, finché eravamo bambini, ci avrebbero potuto presentare i pensieri più edificanti, ma noi non avremmo avuto la volontà o la capacità di riprodurli in noi. Così anche lo spirito è tale solo se crea qualcosa di spirituale: è reale solo insieme allo spirituale, sua creatura.
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Se qualcuno ti dicesse che tu sei tutto spirito, tu tasteresti il corpo e, non credendogli, gli risponderesti: io ho certo uno spirito, ma non esisto solo come spirito, bensì come uomo in carne ed ossa. Faresti pur sempre una distinzione fra te e il “tuo spirito”, ma quello ti replicherebbe: anche se tu adesso sei ancora appesantito dalle catene della vita, la tua destinazione è di diventare, un giorno, uno “spirito beato” e, in qualunque modo tu ti rappresenti l'aspetto futuro di questo spirito, una cosa tuttavia è certa, con la morte ti spoglierai di questo corpo, eppure conserverai te stesso, cioè il tuo spirito, per l'eternità, perciò è il tuo spirito ciò che vi è di eterno e di vero in te, il corpo è solo una dimora terrena che tu abbandonerai e forse cambierai con un'altra.
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Ma anche ammettendo che i dubbi che sono stati sollevati nel corso del tempo contro i principi della fede cristiana ti abbiano privato della fede nell'immortalità del tuo spirito, c'è tuttavia un principio che hai lasciato intatto e una verità a cui continui ad appigliarti ingenuamente, e cioè che lo spirito è la miglior parte di te e che ciò che è spirituale ha più diritti su di te di ogni altra cosa. Nonostante tutto il tuo ateismo, tu concordi con chi crede all'immortalità nello zelo contro l’egoismo.
Ma chi è per te un egoista? Un uomo che, invece di vivere per un’idea, cioè per qualcosa di spirituale, e di sacrificarle il suo vantaggio personale, serve quest’ultimo.
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Perciò tu disprezzi l’egoista, perché pospone lo spirituale al personale e si cura di sé, mentre tu vorresti vederlo agire per amore di un’idea. Voi siete diversi, perché il centro è, per te, lo spirito, per lui, invece, sé stesso, ossia perché tu sdoppi il tuo io e innalzi il tuo “vero io”, lo spirito, a signore di tutto il resto, che consideri privo di valore, mentre quello non vuol saperne di questo sdoppiamento e segue appunto a suo piacimento interessi spirituali e materiali.
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Tu perseguiti da fanatico tutto ciò che non è spirito e perciò ti accanisci anche conto te stesso, perché non riesci a liberarti del tutto di un residuo non spirituale.
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Feuerbach, con la forza della disperazione, afferra l'intero contenuto del cristianesimo, non per buttarlo via, ma per trarlo se parentesi giacché allungo l'abbiamo desiderato, ma è sempre rimasta lontano parentesi, per strapparlo, con un ultimo sforzo, dal suo cielo e per tenerlo eternamente presso di sé.
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L’eroe non vuol partire per l'aldilà, ma vuole attirarlo a sé e costringerlo a diventare aldiqua!
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Mettiamo brevemente a confronto il punto di vista teologico di Feuerbach e la nostra confutazione! “L’essenza [Wesen] dell’uomo è l’essere [Wesen] supremo dell’uomo: esso viene sì chiamato Dio dalla religione e considerato un essere oggettivo, ma in verità non è che l’essenza propria dell’uomo. Questo è perciò il punto di svolta della storia universale: d’ora in avanti per l’uomo Dio non apparirà più come Dio, ma sarà l’uomo ad apparire come Dio”.
Noi replichiamo: “L’essere supremo è certamente l’essenza dell’uomo, ma appunto perché è la sua essenza e non lui stesso è perfettamente identico che noi lo vediamo fuori di lui e lo consideriamo “Dio” oppure che lo troviamo in lui e lo chiamiamo “essenza dell’uomo” oppure “l’uomo”. Io non sono né Dio, né l’uomo, né l’essere supremo, né la mia essenza e perciò in fin dei conti non cambia niente se io penso l’essenza in me o fuori di me. Infatti noi pensiamo effettivamente già da sempre l’essere supremo in un doppio aldilà, interiore ed esteriore al tempo stesso: lo “spirito di Dio”, infatti, è secondo la concezione cristiana anche il “nostro spirito” e “abita in noi”. Lo spirito dimora in cielo e dimora in noi: noi povere cose non siamo appunto nient’altro che la sua “dimora” e se Feuerbach adesso distrugge la sua dimora celeste e lo obbliga a trasferirsi con armi e bagagli da noi, ho paura che noi, suo alloggio terreno, saremo un po’ sovraffollati”.
§ 2. Gli ossessi
Hai mai visto uno spirito? “No, io no, ma mia nonna sì!”. Ma guarda un po'! Lo stesso capita anche a me: io non ne ho mai visti, ma mia nonna se li trovava tutti i momenti fra i piedi, e così, fidandoci della sincerità di nostra nonna, crediamo all'esistenza degli spiriti.
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Chi non crede più ai fantasmi deve soltanto procedere coerentemente nella sua incredulità e si renderà conto che dietro le cose non c'è nessun essere speciale, nessun fantasma ovvero - quel che anche la lingua considera ingenuamente sinonimo - nessuno “spirito”.
“Gli spiriti esistono”. Guardati intorno nel mondo e di tu stesso se da ogni parte non ti guarda uno spirito! Dal piccolo fiore leggiadro ti parla lo spirito del creatore che lo ha formato in modo tanto meraviglioso, le stelle proclamano lo spirito che le ha ordinate, dalle cime dei monti scende il soffio di uno spirito sublime, nelle acque mormora uno spirito della nostalgia e - dagli uomini parlano milioni di spiriti. Sprofondino i monti, appassiscano i fiori, crolli l'universo, muoiano gli uomini - che importa la rovina di questi corpi visibili? Lo spirito, l’”invisibile”, rimane in eterno!
Ecco che tutto il mondo è abitato da spiriti! Soltanto abitato? No, il mondo stesso è uno spirito, è misterioso e inquietante in ogni sua parte, è il corpo, illusorio e mobile, di uno spirito, è un fantasma. Che cos'altro sarebbe infatti un fantasma se non un corpo apparente, ma uno spirito reale? Ora, il mondo è “vano”, è ”vacuo”, è “parvenza” accecante, la sua verità è soltanto lo spirito: esso è il corpo illusorio di uno spirito.
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Qualcosa di sacro esiste solo per l'egoista che non si riconosce, l'egoista involontario, che ricerca sempre il proprio vantaggio e tuttavia non si considera l'essere supremo in rapporto a se stesso, che serve solo se stesso e al contempo pensa sempre di servire un essere superiore, che non conosce nulla di superiore a se stesso e tuttavia si esalta per ciò che è superiore, insomma l'egoista che non vorrebbe esser tale e che si umilia, cioè combatte il proprio egoismo, e tuttavia anche in questo caso si umilia soltanto “per venire esaltato”, ossia per soddisfare il suo egoismo. Poiché vorrebbe smettere di essere egoista, egli cerca in cielo e in terra esseri superiori da servire e per cui sacrificarsi ma, per quanto si agiti e si mortifichi, alla fine, però, quel che fa, lo fa solo per interesse personale e il famigerato egoismo non lo abbandona.
Perciò io lo chiamo l'egoista involontario.
I suoi faticosi tentativi di liberarsi di sé non sono che un frainteso impulso di autodissoluzione.
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Che poi l'essere supremo sia rappresentato dal Dio uno e trino o dal Dio di Lutero o dall'être suprême oppure non da Dio, ma da « l’uomo », tutto questo non fa differenza alcuna per chi nega l'essere supremo stesso: infatti tutti coloro che servono un essere supremo sono, ai suoi occhi, tutti uguali - gente pia: l'ateo più veemente come il cristiano più devoto.
Fantasmi
Con i fantasmi entriamo nel regno degli spiriti, nel regno degli esseri e delle essenze.
La presenza misteriosa e “incomprensibile” che si aggira per il cosmo è appunto l'arcano fantasma che noi chiamiamo essere supremo. Da migliaia di anni gli uomini si pongono il compito d'indagare a fondo questo fantasma, di comprenderlo e di trovare in lui una realtà (di provare “l’esistenza di Dio”) e si tormentano così con l'atroce impossibilità, con l'interminabile lavoro da Danaidi di trasformare il fantasma in un non-fantasma, l'irreale in qualcosa di reale, lo spirito in una persona completa e corporale. Dietro il mondo esistente cercarono la “cosa in sé”, l'essenza, e dietro la cosa la non-cosa, l'assurdo [das Unding].
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La religione consiste appunto nel non conoscere e non riconoscere che le essenze e nient’altro che le essenze: il suo regno è un reno di essenze, di fantasmi e di spettri.
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Ma con Cristo era anche venuta alla luce la verità della cosa: il vero spirito o il vero fantasma - è l'uomo. Lo spirito corporale o corposo è appunto l'uomo: è lui l’essere tremendo e, al tempo stesso, l'apparenza e l'esistenza o l'esserci di quell'essere. Ormai l'uomo non prova più orrore dei fantasmi fuori di lui, ma soltanto di sé stesso: si spaventa di sé stesso. Nelle profondità del suo cuore abita lo spirito del peccato, già il più lieve pensiero (che è anch'esso uno spirito) può essere un diavolo, ecc. - Il fantasma ha preso corpo, il Dio è diventato uomo, ma l'uomo stesso è ora lo spettro pauroso che egli cerca di aggirare, di scacciare, di comprendere, di rendere reale e di far parlare: l'uomo è - spirito.
Perisca il corpo, purché lo spirito si salvi: l'importante è lo spirito, soltanto la “salvezza dell'anima” (o dello spirito) merita attenzione. L'uomo è diventato a sé stesso un fantasma, uno spettro inquietante, al quale si attribuisce perfino una sede determinata nel corpo (controversia sulla sede dell'anima: se nella testa o altrove).
Fissazioni
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Non pensare che io scherzi o che parli per immagini, se considero tutti gli uomini che sono fissati su qualcosa di superiore - e sono l'enorme maggioranza, quasi tutta l'umanità - completamente matti, matti da manicomio. Che cos'è che chiamiamo “idea fissa”? Un'idea che ha soggiogato l'uomo.
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Oppure tutte le chiacchiere idiote dei nostri giornali, per esempio, non sono discorsi da matti, da maniaci delle idee fisse della moralità, della legalità, della cristianità, ecc.? Se sembra che questi matti circolino liberi, è solo perché il manicomio in cui si trovano è grande quanto il mondo.
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…allo stesso modo ci sono scrittori che riempiono grossi in-folio sullo Stato senza mai mettere in questione la stessa idea fissa dello Stato e i nostri giornali rigurgitano di politica, perché sono fissati sull’idea che l’uomo sia fatto per diventare uno zòon politikon: e così i sudditi vegetano nella sudditanza, i virtuosi nella virtù, i liberali nell’”umanità”, ecc, senza provar mai sulle loro idee fisse il coltello tagliente della critica. E così quei pensieri sono ostinati e irremovibili come le manie di un pazzo: chi li mette in dubbio compie atto sacrilego. Ecco cos’è veramente sacro: l’”idea fissa”!
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Se non vi piace la parola “possessione”, parlate pure di “preconcetto”…Io aggiungo che l’entusiasmo perfetto (è inutile perder tempo con quello incerto e imperfetto) si chiama fanatismo.
Il fanatismo è caratteristico delle persone colte: infatti colto è colui che s’interessa di cose spirituali e l’interesse per cose spirituali, se è davvero vivo, è appunto fanatismo e non può non esserlo…
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La fede morale non è meno fanatica della fede religiosa.
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Gli uomini morali hanno scremato dalla religione la parte migliore del grasso e se la sono gustata: adesso hanno un gran da fare per liberarsi dalla malattia ghiandolare che così si sono presa.
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Perché certe opposizioni non riescono a svilupparsi?
Esclusivamente perché non vogliono abbandonare il tracciato della moralità o della legalità. Di qui le enormi ipocrisie a base di abnegazione, di amore, ecc.: un vero schifo, da far venire ogni giorno la nausea più profonda di fronte a questo comportamento corrotto e ipocrita di un’”opposizione legale”. - Nel comportamento morale dell'amore e della fedeltà non c'è posto per una volontà divisa, contrapposta a se stessa: il bel comportamento è turbato se uno vuole una cosa e l'altro il contrario. Ma secondo la prassi seguita finora e il vecchio pregiudizio dell'opposizione, innanzitutto deve essere mantenuto il comportamento morale. Che cosa resta allora all'opposizione? Forse volere una libertà che l'amato ritiene giusto negarle? Ma nemmeno per sogno! Volere quella libertà, non le è concesso: può soltanto auspicarla, “presentare petizioni e istanze” in questo senso, balbettare un “vi prego!”. Che cosa accadrebbe se l'opposizione volesse davvero, volesse con tutta l'energia della volontà? Ma no! Essa deve rinunciare alla volontà, per vivere l'amore, rinunciare alla libertà - per amore della moralità. Non può mai “esigere come un diritto” ciò che le è concesso soltanto d’”invocare come una grazia”. L'amore, l'abnegazione, ecc., richiedono con inflessibile sicurezza che ci sia una sola volontà a cui gli altri siano fedeli, che servano, seguano ed amino.
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Se uno ha osato, per una volta, presentare “liberamente” la propria richiesta, ecco che poi l'annacqua subito con assicurazioni d'amore e - simula rassegnazione; se l'interlocutore, d'altra parte, ha avuto la faccia tosta di rispondere negativamente a quella richiesta, presentata così liberamente, richiamandosi, da un punto di vista morale, a questioni di fiducia, ecc, ecco che subito anche il coraggio morale viene meno ed egli assicura che quelle libere parole sono state da lui accolte con particolare compiacimento, ecc.: si - simula apprezzamento.
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M'immagino l'incontro fra voi liberali e un uomo feudale: voi addolcirete ogni parola libera con uno sguardo pieno di ossequiosa fiducia e quello rivestirà il suo feudalismo con le frasi fatte più adulatrici sulla libertà. Poi, separandovi, voi penserete, esattamente come lui: “Ti conosco, vecchia volpe!”. Egli subodora in voi il diavolo, così come voi in lui il vecchio e tetro Signore Iddio.
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Ma forse che i miti romani, che permisero a un tale tiranno (Nerone) di toglier loro ogni volontà, erano migliori di lui, anche di poco? Nella Roma arcaica lo si sarebbe giustiziato in un baleno, non si sarebbe mai diventati suoi schiavi. Ma i “buoni” fra i romani del suo tempo gli opposero soltanto istanze morali, non la loro volontà: si lamentavano con gran sospiri perché il loro imperatore non rendeva omaggio come loro alla moralità ma, per quanto li riguardava, rimasero “sudditi morali” finché alla fine uno non trovò il coraggio di farla finita con la “moralità e l’ubbidienza del suddito”. Allora gli stessi “buoni romani” che, da “sudditi ubbidienti”, si erano vergognosamente privati di ogni volontà, esaltarono l’azione sacrilega e immorale del ribelle. Dov’era mai, nei “buoni”, il coraggio della rivoluzione, che adesso esaltavano, dopo che l’aveva avuto un altro? I buoni non potevano avere questo coraggio, perché una rivoluzione, e addirittura un’insurrezione, è sempre qualcosa d’”immorale”, qualcosa a cui ci si può risolvere soltanto se si smette di essere “buoni”, e allora si diventerà “malvagi” o altrimenti - né l’una né l’altra cosa.
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Della propria vita si è altrettanto insicuri, solo che si viene impiccati “per via legale”…
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“Ma non si può mettere un manigoldo e un uomo onesto allo stesso livello!”. Ebbene, nessuno lo fa più spesso di voi, giudici della morale, anzi dirò di più: un uomo onesto che parla apertamente contro il regime esistente, contro le sante istituzioni ecc., lo rinchiudete in prigione, giudicandolo un delinquente, mentre a un manigoldo un po’ scaltrito cedete il portafoglio e cose ancora più importanti.
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Una ragazza virtuosa diventi pure una vecchia zitella: un uomo virtuoso passi pure il tempo a lottare contro gli istinti della sua natura, fino quasi a soffocarli, oppure si castri, come fece il santo Origene per amore del cielo, così renderà onore al santo matrimonio e alla santa purezza, in quanto inviolabili, perché ciò è - morale.
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La castità faceva parte, un tempo, dei voti sacerdotali, oggi fa parte del comportamento morale. La purezza è un - bene. Invece, per l’egoista, la castità, come tante altre cose, non è affatto un bene di cui non saprebbe privarsi: anzi, non gliene importa proprio niente.
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Devi agire nel tuo interesse e tuttavia non devi cercare il tuo interesse!
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Qui di fronte a me siede una giovane donna che offre forse già da dieci anni sacrifici cruenti alla sua anima. La sua figura è rigogliosa, ma il capo è piegato da una stanchezza mortale e le guance pallide tradiscono il lento dissanguarsi della sua giovinezza. Povera creatura, quante volte le passioni avranno fatto palpitare il tuo cuore e la tua gioventù, con la sua gagliarda energia, avrà reclamato il suo diritto! Quando il tuo capo si agitava fra i morbidi guanciali la natura, risvegliandosi, spasimava nelle tue membra, il sangue gonfiava nelle tue vene e fantasie fiammeggianti riversavano nei tuoi occhi lo splendore della voluttà. Ma ecco apparire il fantasma della tua anima e della sua beatitudine eterna. Inorridivi, le tue mani si congiungevano, i tuoi occhi pieni di angoscia sollevavano lo sguardo verso l’alto, e tu - pregavi. Le tempeste della natura si calmavano, la superficie delle acque tornava tranquilla nell’oceano dei tuoi desideri. Lentamente le palpebre esauste si abbassavano su quella vita ormai spenta, la tensione si dileguava lentamente dalle turgide membra, nel cuore si placavano le onde tumultuose, le mani congiunte gravavano sul seno ormai inerte, ancora un ultimo, lieve gemito, e - l’anima era tranquilla. Ti addormentavi, per ridestarti al mattino a nuove lotte, e nuove - preghiere. Ormai l’abitudine alla rinuncia raffredda l’ardore del tuo desiderio e le rose della tua gioventù impallidiscono nella tua - anemica beatitudine. L’anima è salva, che importa se il corpo perisce? O Taide, o Ninon, come avete fatto bene a disprezzare questa smunta virtù! Meglio una ragazzetta di liberi costumi che mille zitelle incanutite nella virtù!
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Come prima il compito era “noi dobbiamo sì avere desideri, ma i desideri non devono avere noi”, così il compito sarebbe ora: noi dobbiamo avere sì spirito, ma lo spirito non deve avere noi. Se quest'ultimo enunciato sembra non avere un senso preciso, si pensi, per esempio, al fatto che per qualcuno un pensiero diviene una “massima”, di cui egli finisce prigioniero, cosicché non è lui ad avere la massima, ma piuttosto la massima ad avere lui. Con la massima egli ha di nuovo un “punto di vista” stabile. Le dottrine del catechismo diventano, senza che ce ne accorgiamo, le nostre regole fondamentali, e non possono più essere respinte. Il pensiero di queste, ossia lo - spirito, ha potere esclusivo e non ascolta più alcuna obiezione della “carne”. Eppure è soltanto per mezzo della “carne” che io posso rompere la tirannia dello spirito: infatti, soltanto se un uomo percepisce anche la sua carne, percepisce se stesso nella sua integrità, e soltanto se percepisce se stesso nella sua integrità è percettivo e ragionevole. Il cristiano non percepisce la miseria della sua natura schiavizzata, ma vive nell’”umiltà”: per questo non si lamenta dell’ingiuria che viene fatta alla sua persona, con la “libertà dello spirito” si crede soddisfatto.
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Chi vogliono mai liberare i soliti signori liberali? Per quale libertà strillano e spasimano? Per quella dello spirito! Dello spirito della moralità, della legalità, della devozione, del timore di Dio, ecc. Tutto questo lo vogliono anche i signori antiliberali e l’intera discussione che li divide concerne il godimento di un beneficio: i secondi vogliono avere la parola per sé soli, mentre i primi reclamano “una parte nel godimento di quel beneficio”. Lo spirito resta per entrambi il signore assoluto ed essi litigano soltanto a proposito del problema di chi debba salire sul trono gerarchico che spetta al “reggente del Signore”. L’aspetto migliore della cosa è che si può starsene tranquillamente ad osservare queste movimentate vicende, con la sicurezza che le belve selvagge della storia si sbraneranno a vicenda esattamente come quelle della natura: i loro cadaveri putrefatti concimano il terreno sul quale raccoglieremo - i nostri frutti.
Torneremo più avanti a parlare di altre fissazioni, quali il lavoro come vocazione, la veracità, l’amore, ecc.
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Dio, l’immortalità, la libertà, l’umanità, ecc, vengono impressi in noi fin dall’infanzia nella forma di pensieri e sentimenti che muovono più o meno vigorosamente la nostra interiorità e ci dominano senza che ne siamo consapevoli oppure, nelle nature più ricche, possono esprimersi in sistemi di pensiero o in opere artistiche, ma rimangono comunque sentimenti imposti, non destati in noi, come mostra il fatto che dobbiamo credere loro e dipendere da loro.
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Il sentimento dell’assoluto è in noi in quanto imposto…
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Chi non ha mai osservato, più o meno consapevolmente, che tutta la nostra educazione mira a creare in noi dei sentimenti, cioè a imporceli, invece di lasciare a noi la loro creazione, anche a rischio di fallimenti. Se udiamo il nome di Dio, dobbiamo provare timore di Dio; se udiamo quello del principe, dobbiamo ascoltare con rispetto, venerazione e sottomissione; se udiamo quello della morale, dobbiamo pensare di essere di fronte a qualcosa d’inviolabile; se udiamo quello del male e dei malvagi, dobbiamo rabbrividire, ecc.
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Strapieni in questo modo di sentimenti imposti, dobbiamo comparire alla sbarra della maggiore età, dove veniamo “giudicati adulti”. Il nostro equipaggiamento consiste di “sentimenti edificanti, pensieri sublimi, massime nobilissime, princìpi eterni”, ecc. Adulti, i giovani lo divengono quando cinguettano come i vecchi: li si incalza con la scuola, affinché imparino la vecchia lagna, e quando Ce l’hanno ormai dentro, li si dichiara adulti.
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…non ci è permesso, per esempio, di pensare, di fronte al nome di Dio, a qualcosa di ridicolo, e non sentire venerazione alcuna, ma ci è invece prescritto ed imposto che cosa dobbiamo sentire e pensare e in che modo questo deve avvenire.
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§ 3. La gerarchia
Nella sua forma primitiva e più incomprensibile la moralità si presenta come abitudine. Agire secondo il costume e le abitudini del proprio Paese - significa allora essere morali.
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Perciò è in Cina che troviamo, più che in ogni altro luogo, un comportamento morale puro, una moralità limpida, genuina: si rimane fedeli alle antiche abitudini e agli antichi costumi e si odia ogni innovazione come un delitto che merita la pena di morte. Infatti l’innovazione è il nemico mortale dell’abitudine, di ciò che è antico e che perdura. Non c’è difatti alcun dubbio che l’uomo, attraverso l’abitudine, si assicura contro l’invadenza delle cose e del mondo e costruisce un mondo suo proprio, nel quale egli solo si sente a suo agio e a casa sua, insomma si edifica un cielo.
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…qualsiasi cosa succeda il cinese sa sempre come deve comportarsi e non ha bisogno di considerare prima le circostanze per scegliere la condotta opportuna: nessun caso imprevisto può farlo precipitare dal cielo della sua tranquillità. Il cinese, la cui moralità è un’abitudine di vita, non può venir colto di soppiatto e di sorpresa, nei confronti di ogni cosa egli si comporta con equanimità, cioè con la medesima forza d’animo, perché il suo animo, protetto dalla cautela della sua morale tradizionale, non si lascia confondere.
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…essa dà l’assalto al cielo soltanto per ricreare un cielo, essa rovescia un vecchio potere soltanto per legittimarne uno nuovo, essa si limita a migliorare.
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Ma chi dissolverà anche lo spirito nel suo nulla? Colui che, per mezzo dello spirito, dimostro la nullità, la finitezza, la caducità della natura, quegli soltanto potrà abbassare anche lo spirito alla stessa nullità: io lo posso, lo può ciascuno di voi che disponga ed operi come un io illimitato, lo può, con una parola - l’egoista.
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“Ma se non ci fosse qualcosa che vale come sacro per l’uomo, l’arbitrio, la soggettività sfrenata si troverebbero spalancate porte e finestre!”…Con la venerazione, invece, le cose vanno assai diversamente. L’oggetto del nostro timore viene adesso non soltanto temuto, ma anche onorato…”Non sono io che vivo, ma ciò che venero vive in me!”.
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“L’uomo deve essere religioso”: su questo non si discute…morali lo si deve essere senz’altro, il problema è solo quello di ricercare il modo giusto, la maniera giusta di esserlo.
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“Una grande idea”, una “buona causa” è per esempio la gloria di Dio, per la quale innumerevoli uomini andarono incontro alla morte; il cristianesimo, che ha trovato i suoi martiri ben disposti; la Chiesa in cui soltanto c’è salvezza, che si è nutrita avidamente del sacrificio degli eretici; la libertà e l’eguaglianza, al cui servizio stavano sanguinose ghigliottine.
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Vivere e agire per un’idea sarebbe la missione dell’uomo, il cui valore umano si misurerebbe dalla fedeltà nell’adempimento della missione stessa.
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Il filantropismo è un amore celeste, spirituale, e insomma - bigotto…Gli spiriti bigotti dei nostri giorni vorrebbero così fa una “religione” di ogni cosa: “una religione della libertà, religione dell’uguaglianza, ecc.” e ogni idea diventa per loro una “causa sacra”…
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Che cosa significa in questo senso “disinteresse”? Soltanto questo: avere un interesse ideale davanti al quale ogni considerazione della persona deve cessare!
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Ma ciò che amo, ciò a cui aspiro, è soltanto nelle mie idee, nelle mie rappresentazioni, nei miei pensieri: è nel mio cuore, nella mia mente, è in me come è in me il mio cuore, ma non è me e io non sono lui.
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L’influenza morale ha inizio dove comincia l’umiliazione, anzi non è altro che questa umiliazione stessa, cioè lo scoraggiamento del coraggio che, così spezzato e piegato, diventa umiltà.
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Ci fu un tempo in cui ci si accontentò dell’illusione di avere la verità senza pensare seriamente al problema se l’uomo stesso non dovesse esser vero per possedere la verità. Questo tempo fu il medioevo. Si pensava di poter comprendere realtà che non sono sensibili, che non sono “cose”, con la coscienza comune, cioè con la coscienza “cosale”, che è ricettiva solo nei confronti delle cose, delle realtà sensibili, percettibili dai sensi.
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Ma siccome questo pensiero, l’intelletto, che Lutero sotto il nome di ragione copre di vituperi, è incapace di concepire il divino, quella mortificazione contribuì a far comprendere la verità tanto quanto si potrebbe sperare, dopo aver esercitato per anni i piedi nella danza, che essi imparino alla fine, grazie a questo tirocinio, a suonare il flauto.
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Solo il pensiero, nell’uomo come nella natura, vive: tutto il resto è morto! Nella prospettiva della storia dello spirito è inevitabile giungere a quest’astrazione, alla vita dei concetti generali, che per la coscienza comune sono invece privi di vita. Solo Dio, che è spirito, vive. Soltanto gli spettri sono veramente vivi.
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Essa (la filosofia) si è limitata a trasformare gli oggetti esistenti, il potere vero ecc., in oggetti rappresentati, cioè in concetti, davanti ai quali l'antico rispetto non solo non è andato perduto, ma anzi è aumentato di intensità. Anche se ci si è preso gioco della cassa materialità del Dio e del diavolo di una volta, tanto maggiore attenzione si è prestata ai loro concetti. “Dei malvagi si sono liberati, ma il male è rimasto”.
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Liberati dalla dipendenza della famiglia reale, si cade in una dipendenza ancora più stretta dal concetto della famiglia: si è dominati dallo spirito della famiglia.
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Il cattolico è semplicemente e solamente un profano, il protestante e lui stesso sacerdote, uomo dello spirito. Questo è appunto il progresso rispetto al medioevo e al tempo stesso la maledizione del periodo della Riforma: l'attuazione completa del regno dello spirito.
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C'è vera amicizia soltanto se i confini dell'amicizia vengono salvaguardati con religiosa coscienziosità, con la stessa coscienziosità con cui il credente salva salvaguardia la dignità del suo Dio. Sacra ti è e ti deve essere l'amicizia, sacra la proprietà, sacro il matrimonio, sacro il bene di ogni uomo, ma sacro in sé e per sé.
Questo è un momento davvero essenziale. Nel cattolicesimo il mondano può certamente venir consacrato o santificato, ma senza questa benedizione sacerdotale non è sacco: invece nel protestantesimo i rapporti mondani sono sacri in virtù di se stessi, sacri per il semplice fatto che esistono.
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Il calvinismo, infatti, respinge senza mezzi termini una quantità di cose giudicandole sensuali e mondane e purifica la chiesa: il luteranesimo, invece, cerca fin dove è possibile di portare lo spirito in ogni cosa, di riconoscere in tutto lo Spirito Santo come essenza e di santificare così l’intera dimensione mondana.
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Le grandi “opere dello spirito” sono state compiute quasi esclusivamente da protestanti, perché essi soli erano i veri discepoli e realizzatori dello spirito.
III. I Liberi
Io intendo per “liberi” nient’altro che il liberali ma, per quel che riguarda il concetto di libertà, come pure alcuni altri, devo rimandare il lettore a quello che dirò più oltre, sebbene non possa non far uso di questi concetti già da adesso.
§ 1. Il liberalismo politico
L’uomo vero è la nazione, il singolo invece è sempre un egoista. Spogliatevi dunque della vostra singolarità o del vostro isolamento, che è la radice di ogni disuguaglianza egoistica e di ogni discordia, e consacratevi pienamente all’uomo vero, alla nazione o allo Stato. Così avrete valore di uomini e tutto ciò che è proprio dell’uomo: lo Stato, che l’uomo vero, vi concederà tutto ciò che è suo e vi darà i “diritti dell’uomo”: l’uomo vi darà i suoi diritti!
Questo è il discorso della borghesia.
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È libero individualmente chi non è responsabile di fronte a nessun uomo.
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La rivoluzione (francese) non era diretta contro l’ordine stabilito, ma contro quell’ordine stabilito, contro un determinato ordine. Essa soppresse quel dominatore, non il dominatore come tale.
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Fino al giorno d’oggi il principio rivoluzionario è rimasto fermo a qual punto: ha lottato contro questo o quell’ordine stabilito, cioè è stato riformista. Per quanto si migliori, per quanto si mantengano le premesse del “progresso ragionato”, non si farà che sostituire il vecchio padrone con uno nuovo e il crollo non sarà che - ricostruzione.
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Lo Stato si fonda sulla - schiavitù del lavoro. Se il lavoro diventerà libero, lo Stato sarà perduto.
§ 2. Il liberalismo sociale
…vogliamo che non possano esistere gli egoisti! Vogliamo farli diventare “straccioni”, non vogliamo aver niente nessun o, affinché “tutti” abbiano.
Così parlano i socialisti.
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Aboliamo quindi la proprietà personale. Nessuno deve possedere più nulla, tutti devono essere - straccioni. La proprietà sarà - impersonale, apparterrà alla - società.
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Poiché i comunisti dichiarano che solo l’attività libera è l’essenza dell’uomo, essi hanno bisogno, come tutti coloro che hanno una mentalità da giorno feriale, di una domenica, hanno bisogno, come tutti coloro che hanno aspirazioni materiali, di un Dio, di elevazione e di edificazione, che controbilancino il loro “lavoro” non spirituale.
Il fatto che il comunista veda in te l’uomo, il fratello, è solo l’aspetto domenicale del comunismo. Secondo l’aspetto feriale del comunismo, invece, egli non ti considera affatto soltanto come uomo, ma come lavoratore umano o come uomo lavoratore. La prima concezione esprime il principio liberale, nella seconda si nasconde una reazione antiliberale. Se tu fossi un “fannullone”, il comunismo non disconoscerebbe certo l’uomo in te, ma tenterebbe di purificare l’”uomo pigro” che è in te, di levargli la pigrizia e di convertirti alla fede secondo cui il lavoro è la “vocazione” e la “missione” dell’uomo.
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La borghesia aveva reso liberi e disponibili i beni spirituali e quelli materiali e lasciato libero ciascuno di conquistarseli, se aveva voglia.
Il comunismo li procura effettivamente a ciascuno, glieli impone e lo costringe ad acquisirli. Siccome soltanto i beni spirituali e materiali ci rendono uomini, esso ci obbliga con molta serietà ad acquisirli, senza fare obiezioni, per essere uomini. La borghesia lasciava libera l’acquisizione, il comunismo la rende coatta e riconosce solo chi acquisisce i beni e con essi opera. Bib è sufficiente che il mestiere sia libero, tu devi impadronirtene.
Alla critica non resta così nient’altro da fare se non dimostrare che acquisire quei beni non ci rende ancora affatto uomini.
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Il principio del lavoro, comunque, viene a soppiantare quello della fortuna o della concorrenza. Ma, al tempo stesso, la consapevolezza del lavoratore che il proprio lato essenziale è quello di “lavoratore” lo tiene lontano dall’egoismo e lo sottomette all’autorità suprema di una società di lavoratori, così come il borghese aderiva con tutta la sua dedizione allo Stato di concorrenza.
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Ma che la società non sia affatto un io che possa dispensare, conferire o concedere, bensì uno strumento o un mezzo dal quale possiamo trarre vantaggio, che non abbiamo doveri sociali, ma esclusivamente interessi al cui conseguimento la società deve servirci, che non dobbiamo nessun sacrificio alla società, ma invece, se sacrifichiamo qualcosa, lo sacrifichiamo per noi: a tutto questo i socialisti non pensano, perché essi, in quanto liberali, sono prigionieri del principio religioso e aspirano a una società che sia santa, così come santo era, finora, lo Stato.
La società dalla quale riceviamo ogni cosa è una nuova padrona, un nuovo fantasma, un nuovo “essere supremo” che ci “prende completamente a suo servizio”!
§ 3. Il liberalismo umanitario
…solo se siete unici potrete avere rapporti reciproci tali che ognuno di voi possa essere veramente, in questi rapporti, quello che è.
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Continuerà sempre a succedere che uno cerca un altro perché ne ha bisogno oppure che uno si adatta ad un altro perché ne ha bisogno! Ma la differenza è questa: allora il singolo si unirà veramente al singolo, mentre prima essi erano legati da un vincolo: il padre e il figlio, prima che questi abbia raggiunto la maggiore età, sono legati da un vincolo; dopo possono decidere autonomamente di stare insieme, ma prima si appartenevano necessariamente come membri della stessa famiglia (erano i “sudditi” della famiglia), dopo si uniscono come egoisti, il loro rapporto di parentela rimane, ma esso non li vincola più.
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Gli uomini hanno cercato finora in tutti i modi un tipo di comunità in cui le loro varie differenze diventassero “inessenziali”, aspiravano al livellamento e quindi all’eguaglianza, volevano essere tutti uniti, il che non significa nient’altro che questo: cercavano un Signore, un vincolo, una fede (“noi crediamo tutti in un solo Dio”).
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Benissimo! Io non voglio essere o avere qualcosa di particolare rispetto agli altri, non voglio rivendicare alcun privilegio nei loro confronti, ma il fatto è che io non mi misuro nemmeno alla stregua degli altri e che non voglio affatto avere un diritto. Io voglio essere e avere tutto ciò che posso essere e avere. Che m’importa se altri sono o hanno qualcosa di simile? La stessa, identica cosa non possono né esserla né averla. Io non reco loro alcun danno, così come non reco alcun danno alla roccia per il fatto che, rispetto ad essa, ho il “vantaggio” di camminare. E se altri potessero avere quello che ho io, l’avrebbero.
…
Io non voglio riconoscere e rispettare niente in te, né il proprietario né lo straccione e nemmeno semplicemente l’uomo, ma voglio usufruire di te. Io trovo che il sale mi rende più saporiti i cibi e perciò lo sciolgo; io riconosco nel pesce un alimento e perciò me ne cibo; in te io scopro il dono di rallegrarmi la vita e perciò ti scelgo come compagno. Oppure nel sale studio la cristallizzazione, nel pesce l’animalità, in te gli uomini, ecc. Per me conti soltanto per quel che sei per me, cioè come mio oggetto e, in quanto mio oggetto, come mia proprietà.
Parte seconda
IO
I
L’individualità propria
…io rinnego la mia individualità se, di fronte all’altro, rinuncio a me stesso, cioè cedo, desisto, mi concedo e mi sottometto, insomma mi lascio trascinare dalla dedizione rassegnata.
…
L’egoismo è oggetto della rabbia dei liberali, perché l’egoista non s’impegna mai in una cosa (Sache) per la cosa stessa, ma per sé: a lui deve servire quella cosa. Egoistico è non attribuire a nessuna cosa un valore proprio o “assoluto”, ma cercare sempre in me il suo valore.
…
Io appartengo a me stesso soltanto se non solo la sensualità, ma neppure altri (Dio, gli uomini, l’autorità, la legge, lo Stato, la Chiesa, ecc.) mi hanno in loro potere, ma io stesso, invece, sono padrone di me: il mio interesse personale persegue ciò che giova a me stesso, a questa persona che possiede sé stessa, che è proprietà di sé stessa [diesem Selbsteigenen oder Selbstangehörigen].
…
L’individualità propria include tutto ciò che è proprio e riporta in onore ciò che il linguaggio cristiano ha disonorato. Ma l’individualità propria non ha alcuna unità di misura estranea, poiché non è affatto un’idea, come invece la libertà, la moralità, l’umanità, ecc.: essa è solo una descrizione dell’ - individuo proprietario.
II
L’individuo proprietario
L’egoista sarà la rovina della “società umana”: gli egoisti, infatti, non si rapportano più l’uno all’altro come uomini, ma ciascuno di loro si presenta egoisticamente come un io nei confronti di un tu o di un voi assolutamente differente da me e a me contrapposto.
…
Così noi due, lo Stato ed io, siamo nemici. Io, l’egoista, non ho a cuore il bene di questa “società umana”, non le sacrifico nulla, mi limito ad utilizzarla: ma, per poterla utilizzare appieno, preferisco trasformarla in mia proprietà, in mia creatura, ossia io l’anniento e costruisco al suo posto l’unione [Verein] degli egoisti.
…
(Lo Stato) esso m’impone di essere uomo come un dovere.
…
Io sono un uomo esattamente come la Terra è un pianeta. Sarebbe ridicolo assegnare alla Terra il compito di essere “un vero pianeta”: altrettanto ridicolo è accollarmi la missione di essere “un vero uomo”.
…
Non il modo in cui io realizzo l’universalmente umano deve essere il mio compito, ma il modo in cui io soddisfo me stesso. Io sono per me il mio genere, sono senza norma, senza legge, senza modello o simili. È possibile che io riesca a fare ben poco di me, ma questo poco è tutto ed è meglio di ciò che potrei lasciar fare di me al potere di altri, dal condizionamento della morale, della religione, delle leggi, dello Stato, ecc. Mille volte meglio - se proprio bisogna parlare di “meglio” - un ragazzo maleducato di un saputello, meglio un uomo ribelle di uno docile in ogni occasione. Il ribelle maleducato ha ancora la possibilità di formarsi secondo la propria volontà, il docile saputello, invece, viene determinato dal “genere”, dalle necessità generali, esse sono per lui la legge…
…
Rivoltandosi contro le pretese ed i concetti del presente, l’egoista compie spietatamente la - profanazione estrema. Niente gli è sacro!
…
…io sarò il nemico di ogni potenza superiore, ma la religione c’insegna invece a farcela amica e a comportarsi umilmente nei suoi confronti.
…
La mia potenza è la mia proprietà.
La mia potenza mi dà la mia proprietà.
La mia potenza sono io stesso e grazie ad essa io sono la mia proprietà.
…
1. La mia potenza
Il diritto “di tutti” deve precedere il mio diritto. Come diritto di tutti esso dovrebbe essere in ogni caso anche un mio diritto, perché fra questi “tutti” ci sono anch’io: ma siccome esso è al tempo stesso un diritto di altri o addirittura di tutti gli altri, io non muoverò un passo per sostenerlo. Io lo difenderò invece non come diritto di tutti, ma come mio diritto e ciascuno penserà, se vuole, a difenderselo nello stesso modo.
…
…tu hai diritto di essere ciò che hai il potere di essere. Io faccio derivare ogni diritto e ogni legittimità da me stesso: io sono legittimato a fare tutto ciò che ho il potere di fare.
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Io decido se io sono nel giusto: fuori di me non c’è alcun diritto o giustizia. Se qualcosa è la cosa giusta, la cosa che ci vuole per me, allora è giusta.
…
E anche se a tutto il mondo non andasse bene, ma per me fosse la cosa giusta, cioè se io la volessi, io non chiederei l’opinione o il pensiero del mondo intero. Così fanno quelli che sanno apprezzare sé stessi, ciascuno nella misura in cui è egoista: la forza, infatti, precede il diritto e invero - a pieno diritto!
…
La mia volontà propria è la rovina dello Stato: perciò viene stigmatizzata da questo come “arbitrio personale”.
…